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IL GIORNALE DELLA MUSICA
B for Bang per mescolare mondi
Una felicissima Katia Labèque a ruota libera sui Beatles, fonte d’ispirazione per questa nuova scorribanda al di fuori del mondo classico con il gruppo B for Bang. Across the Universe of Languages: un disco e uno spettacolo – andato in scena al Teatro Comunale di Ferrara lo scorso 31 gennaio per il cartellone Today di Ferrara Musica – in cui le musiche di John Lennon e Paul McCartney rivivono nei nuovi arrangiamenti di Nicola Tescari, Giovanni Sollima e David Chalmin.
I Beatles, amati incondizionatamente da tutto al mondo. Ma a Katia Labèque cosa piace dei Beatles? Perché li ha scelti per questo progetto?
«Perché sono i primi che hanno avuto il coraggio di mettere assieme tante cose. Devo dire che lo hanno fatto principalmente in studio: mi ha sempre affascinato la loro scelta di essere stati così poco sul palco, di aver fatto in fondo pochi concerti, per dedicarsi alla sperimentazione in studio. E per fare ciò hanno scelto un producer che veniva dal mondo classico, George Martin, e alcuni fonici, che erano gli stessi della Emi e che quindi avevano esperienza anche di incisioni con musicisti classici. Certo amo anche altri artisti della storia del rock, ad esempio Jimi Hendrix o i Led Zeppelin, ma i Beatles per me rappresentano un punto di partenza, anche per il grande lavoro che hanno fatto su lavori come il White Album, penso in particolare a pezzi come Revolution # 9. Anche noi abbiamo fatto qualcosa di simile, cercando di mescolare musiche che vengono da tanti mondi differenti: per noi questo processo è estremamente interessante, anche se poi, sul lato pratico, crea parecchi problemi, prima di tutto per quanto riguarda i diritti d’autore».
Un argomento delicato per un progetto come Across the Universe of Languages!
«Tema scottante: ci siamo infatti buttati sul progetto senza considerare tale aspetto e proprio per questo nel disco ci sono cose che non erano nate così, come Reminescence o Between Those Rocks, perché erano inizialmente pensate come improvvisazioni in cui, d’un tratto, compariva un tema dei Beatles. Ma non abbiamo ottenuto l’autorizzazione per un’improvvisazione che utilizzasse sequenze dei Beatles: per questo abbiamo dovuto fare un rapido lavoro di riarrangiamento, subito prima dell’uscita del disco, e, sinceramente, ci sono ancora alcune piccole cose che vorrei cambiare. L’idea di inserire dei temi nell’improvvisazione ci piaceva davvero molto, ma non ha funzionato appunto per la questione dei diritti. Dal vivo le cose cambiano ulteriormente perché in concerto abbiamo anche ampliato il repertorio con brani come Dear Prudence, While my Guitar Gently Weeps e Norwegian Wood. Devo dire che siamo stati molto fortunati perché non danno mai i diritti così facilmente. Molti ci avevano detto: “Siete pazzi, avete fatto questo progetto senza chiedere i diritti prima!».
Ci racconta allora com’è nato il progetto?
«È stata ed è una bellissima avventura. Con me all’inizio c’erano David Chalmin e Nicola Tescari: noi tre siamo il fulcro della band. Il gruppo strumentale fisso di B for Bang è composto da David Chalmin alla chitarra, Nicola Tescari al pianoforte, tastiere e armonica, Massimo Pupillo al basso, Reeks che cura tutta la parte elettronica, Marque Gilmore che è il nostro batterista e, ovviamente, io. Siamo sei strumentisti fissi e poi invitiamo alcuni guest. Nel disco c’è ad esempio la voce di Daniel Day Lewis, che utilizziamo registrata anche live e c’è anche la voce registrata di Patti Smith. Questo è stato davvero un bel regalo. E poi ci sono anche dei pezzi originali, come i due che abbiamo suonato a Ferrara: uno è di David Chalmin e l’altro è di Nicola Tescari. L’idea era quella di prendere il materiale dei Beatles e farlo rinascere in un altro modo, nell’intento di capire la loro lezione più che fare delle cover. Prendiamo Sergent Pepper: è un album di quarant’anni fa, ma tanti gruppi ancora oggi non hanno quell’inventiva. O il White Album, una cosa veramente allucinante per l’epoca. In un certo senso, bisognava porsi la domanda: “Che cosa avrebbero fatto John Lennon o Paul McCartney oggi? In che direzione si sarebbero mossi?”. Sicuramente avrebbero seguito le tracce dell’elettronica, perché è una via che avevano già prefigurato: all’epoca non era un terreno così battuto, ma loro prendevano i nastri, li mettevano a rovescio, registravano sopra, creavano distorsioni e altre diavolerie! A me è sempre piaciuto il fatto che erano soliti aggiungere degli elementi in più: come la musica indiana, che nonostante potesse sembrare kitsch, era sempre utilizzata con gusto impeccabile. Amo molto anche il lato triste dei Beatles: canzoni come Julia, come Golden Slumbers, e un’altra che non abbiamo suonato in concerto perché abbiamo cominciato da poco a lavorarci, che è Because».
Qual è il valore dei Beatles oggi?
«Il valore di ogni gruppo che ha aperto una strada: può piacerti come non piacerti, ma il loro valore, e la specificità del percorso che hanno intrapreso, va comunque sempre riconosciuta».
Quanto è ingombrante lavorare con il mito dei Beatles? Tutti, in concerto, li conoscono benissimo, hanno delle emozioni legate alle loro canzoni. Quanto è difficile, allora, riproporli al pubblico d’oggi?
«Devo dire che non ci ho mai pensato! Per me è una domanda molto buffa, perché io sono abituata a suonare Mozart e Bach, Bartók e Stravinskij. E allora sì, i Beatles sono un mito, ma non più di Mozart. Io avevo tre anni quando ho fatto il mio primo concerto: non mi sono mai posta questa domanda. E mi rendo conto che questa è una domanda legittima, ma per me è davvero naturale».
Il titolo di questo progetto, Across the Universe of Languages, chiama in causa la moltitudine di linguaggi che utilizzate per far rinascere le canzoni dei Beatles.
«All’inizio del nostro lavoro il titolo era semplicemente Across the Universe. Poi quando abbiamo cominciato a pensare al disco questo titolo era diventato problematico a causa dell’omonimo film di Julie Taymor. In realtà, il film non ha assolutamente influenzato il nostro progetto perché noi abbiamo cominciato a lavorarci nel 2005, mentre il film è stato girato l’anno successivo. Il film non è forse andato così bene come immaginavamo, ma lì per lì eravamo molto preoccupati dal creare anche la minima ambiguità con una pellicola che credevamo sarebbe diventata subito mitica. Quindi ci siamo detti che, dato l’uso di linguaggi musicali così differenti, anche questo nuovo titolo, Across the Universe of Languages, si sarebbe ben adattato al nostro progetto».
Era proprio questo il punto cui volevamo arrivare. Ci può dire qualcosa in più su questo frenetico alternarsi di stili diversi da parte dei B for Bang?
«Premesso che l’esperienza di linguaggi diversi è un po’ nel mio stesso vissuto musicale, è forse il caso di raccontare un po’ la genesi di Across the Universe of Languages. Inizialmente, quando il progetto doveva andare in scena a Palermo nel maggio 2006, si trattava di una cosa molto diversa, non solo perché lì bisognava utilizzare l’orchestra e il coro, ma anche perché i componenti dei B for Bang erano diversi da quelli di oggi. Dopodiché abbiamo ricalibrato il tutto, assieme a Nicola Tescari e David Chalmin: oggi ci sono Massimo Pupillo al basso, Marque Gilmore (che non era disponibile per la data di Palermo) alla batteria… insomma io ho sempre avuto l’idea di mettere assieme gente che proviene da mondi musicali differenti. Pupillo, ad esempio, lavora in ambito rock-noise, ha suonato con i Sonic Youth o con Mike Patton, non è uno che fa musica leggera o pop. Mi piaceva l’idea di mettere assieme artisti come Pupillo, Tescari e Chalmin: e poi la cosa è andata molto bene perché Pupillo e Chalmin hanno messo su un loro trio, Dimension X, con Chris Corsano, il batterista di Björk! L’idea, in sostanza, era quella di mescolare le persone: non volevo soprattutto che ci fossero troppi componenti del mondo classico. La cosa che odio veramente sono quelle cover dei Beatles, rivisitate in modo classico (o barocco, come si può sentire a volte): non mi interessa – che so – un quartetto d’archi che prende le musiche di Lennon e McCartney e le riesegue così come sono. Mi piace invece quando tutto questo si mescola con voci rock! Non volevo davvero avere un gruppo troppo classico. Per il disco il discorso è diverso: c’è ad esempio Viktoria Mullova. Ma sul palco mi piaceva rappresentare mondi diversi e volevo che ogni componente del gruppo rappresentasse il proprio».
Insomma, che ‘genere’ fanno i B for Bang?
«È molto difficile dirlo: se lo sapessi, sarebbe tutto più facile! Certo non è un progetto di musicisti classici che arrangiano i Beatles. Il mio proposito è quello di trattare la materia Beatles diversamente da come tratterei Brahms. Per quanto di classico ci sia nei Beatles, da Dowland a Purcell, da Brahms a Schubert, alla fine rimangono i Beatles. E loro non facevano un pastiche di questi diversi elementi classici, così io non volevo essere la musicista che fa un pastiche con i diversi elementi dei Beatles. Ad esempio mi piace molto l’energia di un chitarrista come Chalmin, con quel suo colore molto rock&roll. Così come sono molto contenta delle nostre cantanti: a Ferrara era proprio un lusso poter avere sia Meg che Nadéah (non ci capita in tutte le date), che assieme a Chalmin (anch’egli cantante in qualche brano) offrono un potenziale di scelte vocali davvero vasto».
Il vostro è uno spettacolo multimediale: è così difficile oggi seguire un concerto fatto ‘solo’ di musica?
«Con mia sorella Marielle abbiamo dato vita a una fondazione, la Kml, il cui scopo è proprio quello di presentare la musica, i concerti in modo nuovo, per arrivare a creare un pubblico nuovo. Abbiamo subito pensato di creare dei prodotti audiovisivi, ma si tratta di una vera e propria impresa produttiva. Per il momento è uscito il primo cd/dvd con musiche di Debussy e Stravinskij. È stato molto criticato, il pubblico della musica classico dice: “Ma io non ho bisogno di immagini per ascoltare la musica!”. Tuttavia era stato pensato per situazioni diverse da quella del concerto, come ad esempio in un museo: è un’idea per far entrare la musica classica in un ambito che non sia immediatamente il suo. Ho sempre pensato che fosse interessante portare avanti il discorso inaugurato da Philip Glass con Koyaanisqatsi e dire: “Mettiamo la musica sulle immagini”. Ma non è la musica che segue le immagini; forse per una volta sono le immagini che seguono la musica. Questo è quello che abbiamo fatto Marielle ed io con Debussy e Stravinskij, e certo volevamo farlo anche con i B for Bang. Per il momento Fabio Iaquone ha creato i video per lo spettacolo, ma non so se ci sarà modo di editare anche un prodotto multimediale. Ad ogni modo anche stasera abbiamo filmato la performance: l’idea è poi di mettere insieme tutti i materiali filmati per darli in mano magari ad un giovane regista, proprio per cercare di sviluppare il rapporto tra la musica e le immagini. Credo si tratti di una relazione molto importante. Magari non per me, che posso non avere bisogno di immagini per amare Mozart, ma pensiamo a un bambino che oggi ha una grandissima confidenza con gli oggetti elettronici – e conseguentemente con le immagini: è un modo per aprirsi al loro mondo».
Andrea RAVAGNAN
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