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Okapi & Aldo Kapi's Orchestra
KML 2114-2115

 

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------- ENGLISH -------

ALARM
"This Week's Best Albums"

Allegedly, Aldo Kapi was a Kyrgyz composer whose imperfections on piano led him to experiment and buck classical convention.

For as interesting as his story seems, however, it appears all too fake, particularly in this age of digital duplicity. Perhaps tellingly, the only information on Kapi comes from Økapi, an Italian cutup artist named Filippo Paolini, and the information on Kapi’s Wikipedia entry is exactly the same. No other photos of Kapi can be found, nor can information on his supposedly famous parents.

Nevertheless, it doesn’t particularly matter, and it wouldn’t be the first time that an elaborate story was made to publicize an album. The bottom line is that the first of these two themed albums by Paolini is great.

A semi-IDM affair with glitch elements and chopped vocal cuts, Love Him is a cut-and-paste musician’s dream, recalling artists such as End and Tipsy. Samples of soothing, sweeping strings and woodwinds paint a pretty backdrop that wavers between classical and lounge, before cutting into short upbeat bursts, frequently calling upon snare rolls and clattering bits.

http://www.alarmpress.com/


------- ITALIANO -------

MUCCHIO SELVAGGIO
Dicembre 2009

SOUNDLAB
A cura di Damir Ivic

Segnatevi il nome: Økapi. Segnatevelo, perché il suo Love Him è una delle faccende più deliziose e divertenti che vi possano capitare in mano. E riesce ad esserlo senza perdere nulla in nobiltà artistica e voglia di giocare con stilemi alti. Una quadratura del cerchio davvero molto rara. Segnatevelo, perché pur essendo italiano (Filippo Paolini, recita l’anagrafe) qua dalle nostre parti di

Økapi si parla ancora davvero troppo poco. Lui ci scherza su: “Ma infatti! Mi ignorano! Questa negligenza da parte dei media è imperdonabile. Purtroppo neanche la diffusione della notizia del giugno 2006 del ritrovamento di tracce dell’okapi (animale davvero esistente, date un occhio su Wikipedia, NdI), dato per estinto, nel Parco Nazionale Virunga in Congo è servita a qualcosa. Evidentemente mi diveo inventare qualche altra leggenda…”. Già, perché il figliolo ha il gusto dell’invenzione. Love Him è accreditato infatti a lui e alla fantomatica Aldo Kapi Orchestra, lì dove Aldo Kapi è un, ehm, compositore nato nel Kirghizistan alla fine del diciannovesimo secolo. “E’ che mi serviva un’orchestra, un capro espiatorio e un alter ego su cui riversare tutta la mia evidente megalomania. Semplice, no? Se sbaglio qualcosa o sbaglierò qualcosa in futuro, la colpa sarà sempre di Aldo, chiaro? Comodo!”. Dici che qualcuno ci casca? “Beh, la voce su Wikipedia c’è. Ma non diciamo troppo forte, ché i poliziotti wikipediani potrebbero avere qualcosa da ridere sulla pubblicazione della biografia e rimuoverla. Lì sta benissimo”.

Sta benissimo anche Love Him nei nostri player. Un album che è un fuoco d’artificio continuo spalmato su una ventina abbondante di tracce. Una quantità di idee e di spunti mostruosa. Generosità creativa è un eufemismo. “Ho impiegato in effetti più di un anno per completare il disco. In alcuni casi e per alcuni pezzi, sono passati dei mesi dalla concezione iniziale fino alla chiusura definitiva, quella da fare quando davvero tutto è stato rifinito. Il mio è un lungo e meticoloso lavoro di ricamo sonico su cui esercito poi un controllo di qualità ben preciso: faccio scorrere sempre tempo abbondante e vari cambi di umore prima di riascoltare il tutto. Voglio infatti maturare il necessario distacco prima di applicare le ultime modifiche, quelle definitive”. Devi destreggiarti fra una quantità incredibile di stimoli sonori… “Ascolto musica tutto il giorno, senza distinzioni e limitazione di generi. Di solito mi segno su un’agenda ciò che mi colpisce di più, memorizzando così singoli suoni, timbri, melodie e cambi armonici che poi riciclerò. Alcune volte, per pura sfida, posso anche lavorare su frammenti sonori provenienti da tracce decisamente brutte, giusto per vedere se anche lì c’è qualcosa da salvare. Anzi, prima o poi mi piacerebbe lavorare su un progetto campionando solo tutto ciò che trovo di più inascoltabile. Chissà, potrebbe diventare il mio capolavoro definitivo…”.

Ciò che abbiamo veramente amato in questo album è stata la capacità di essere coraggioso ed ingegnoso, sperimentale proprio fino a lambire i confini della musique concrete, senza però perdere nulla in fruibilità: scorre infatti che è un piacere. “La vita è troppo breve per continuare a proporre ad un ascoltatore ormai sazio certe sperimentazioni musicali fini a se stesse. La noia è palpabile, soprattutto in certi contesti di ricerca. Sono convinto che oggi la vera chiave da seguire sia quella di porre comunque attenzione al proprio pubblico, ricordando che anch’esso va divertito, non è solo questione di soddisfare se stessi”. Insomma, l’atipicità di Økapi sta nel fatto che usa metodologie da sperimentatore colto per costruire architettare che potrebbero andare bene nei ben più nazionalpopolari dancefloor… qual è il rapporto di Filippo con la club culture? “Premetto che non sono un nottambulo; almeno, non più. Non frequento spesso i club, se non ci suono. Sicuramente visto che i miei set sono piuttosto ballerini devo continuamente fare i conti con quella realtà, ma preferisco suonare in prima serata, o meglio ancora di giorno nei festival estivi. In quei contesti, ho la sensazione di avere di fronte un pubblico meno distratto e forse più reattive. Anche se il meglio per me resta spiazzare: suonare musica per bambini ad un rave, o hardtekno in auditorium… Le musiche dei dancefloor notturni sono comunque sempre fonte di ispirazione, soprattutto per i suoni”.

BOX

Da dove spunta fuori Økapi? In realtà il suo curriculum vitae è già ben nutrito, con anni di esperienza alle spalle. Con Martux_M, alias Maurizio Martusciello, ha dato vita al progetto Metuxo. Se ai due aggiungete Massimo Pupillo degli Zu, il progetto diventa Dogon. Ma soprattutto nella biografia di Filippi svetta l’incontro e la collaborazione col grande maestro Christian Marclay, maestro storico del cut up turntablistico.


RUMORE
Novembre 2009
(area: Avanguardia; Voto: 9)

C’è stato un periodo, nei Novanta, in cui l’ars combinatoria della Plunderfonia pareva la forma sonora più idonea a rappresentare la zeitgeist della nascente cultura globalizzata. Oswald e Negativland a parte, il genere ha stentato però a produrre opere durature. Ci prova con eccellenti risultati Okapi (animale un po’ zebra e un po’ giraffa, alias Filippo Paolini da Roma, autore nel 2005 dell’apprezzato Where’s the Beef?), mescolando dosi eguali di certosino “plagiarismo” su fonti vintage pop-exotiche (con dovizia di orchestre easy) e prelievi da numi avantgarde e ritmata electronica. Il tutto è ingegnosamente plasmato con complice ironia e polso saldo nell’originale e spesso sontuosa architettura dei brani, ciascuno con una sua precisa identità che rispecchia in toto la cifra stilistica dell’autore: strambo ma sempre godibile, dall’audio design attuale e spontaneo eppure rigorosissimo.
Suddiviso in due lp 12” di spesso vinile, sottotitolati Vol.1 Recent (1927-1952) e Vol. 2 Early (1914-1926), Love Him (sarà ristampato in cd a gennaio su Illegal Art, etichetta storica dell’attivis
mo plunderfonico) ha come cornice concettuale il rinvenimento dell’opera di un oscuro compositore italo-iraniano, tal Aldo Kapi (1896-1952): provate un po’ a cercarlo su Wikipedia…

Vittore Baroni

Giraffe finte e compositori immaginari

Concordi sul fatto che, a fronte di grandi aspettative, Plunderfonia, mash-up e dintorni non hanno originato molti capolavori?

“Concordo in parte. Apprezzo molto i lavori degli americani Bran Flakes o del russo Oleg Kostrow e i nipponici Satanicpornocultshop hanno recentemente generato degli autentici capolavori! Ma è vero che la Plunderfonia ha perso negli anni quella carica concettuale sull'uso legittimo del furto sonoro. Il Mash-up e Bastard pop, invece, hanno avuto il pregio di sorprendere e soprattutto divertire, proponendo combinazioni musicali più o meno improbabili, ma alla fine si sono a mio parere risolti in una ennesima (e passeggera?) moda, assimilata perfino dal mercato delle majors. Forse, più semplicemente, l'idea militante del saccheggio sonoro non spaventa più nessuno, demotivando anche i musicisti più radicali.”

Nel campo dell’Outsider Music "incredibilmente strana", c'è ancora qualcosa di interessante da recuperare?

“Difficile essere outsider oggi! Sicuramente esistono generi di nicchia (nella no-fi, nel noise, nel r’n’r...) che si autoalimentano con lavori ed eventi più o meno creativi e divertenti, ma un po' per il rumore di fondo, un po' per la collettiva assuefazione mediatica di questi anni, sono poche le figure che davvero riescono a sorprendere (effetto Corrida?).  Nel mio caso, sono ancora legato ai deliri delle figure di spicco del secolo scorso. Ultimamente ho scoperto uno splendido vinile della Fabulous Whistling Nun, suorina che fischietta (con tanto di stonature) le lodi del signore... meraviglioso!”

Fai molti dj set solisti ma hai anche collaborato con altri (Metaxu, Dogon, Zu, ecc.): questo cambia il tuo approccio strumentale?

“Quando suono in solo il mio lavoro è meticolosamente misurato e quasi matematico, mentre se suono con altri musicisti (meglio se in improvvisazione) preferisco abbandonarmi sui piatti e il tutto è sicuramente più fisico e meno prevedibile.”

Sentiremo ancora parlare di Aldo Kapi?

“Certo! Sto pensando ad un nuovo progetto di canzoni su musiche di Aldo insieme a Fernando Kapi, nipote italiano di Aldo nonché voce della celeberrima ‘Donne, è arrivato l'arrotino!’. Viva Aldo, viva le bugie!”

V.B.


IPOOL
Dicembre 2009

Geniale manipolatore di suoni che ama reinventarsi con ogni sua release, ecco arrivare la nuova prova su lunga distanza di Okapi, questa volta addirittura su due vinili venduti separatamente.

Il nuovo progetto presenta un’idea decisamente estemporanea, quella di suonare le opere di un fantomatico Aldo Kapi, vissuto nella prima metà del secolo scorso e di cui è anche rinvenibile una breve biografia su Wikipedia. Un’operazione di depistaggio che, tralasciando l’interessante trovata mediatica, convince al 100% nella sua proposta musicale.

Il primo volume presenta un rimescolamento ritmico decisamente vario e coinvolgente, in cui violini si combinano a melodie provenienti da un’altra epoca e loop irresistibili si alternano a intromissioni vocali e intermezzi stranianti.

Con il secondo volume la musica non cambia, ma si spinge ancor più avventurosamente in visioni lisergiche fatte di jazz anni 40, elementi mediterranei, cut-up che segue l’esempio della scena di San Francisco e invenzioni degne di DJ Me DJ You.

Con questa nuova prova viene naturale affiancare il lavoro di Okapi all’eccellente produzione di Daedelus, forse l’unico nome a cui sembra riconducibile una verve così fresca e un’immaginazione così fervida nella contaminazione di suoni. Sarà anche merito delle numerose ed eccellenti collaborazioni che lo hanno visto al fianco di personaggi come Mike Patton, Zu e Dalek (il video qui a fianco ne è un esempio).

Erano anni che aspettavamo uno sperimentatore italiano che sapesse mischiare ironia musicale e capacità di sperimentale, ma con questo doppio vinile sembra ormai certo che Okapi possa fare da portabandiera della nuova generazione di iconoclasti nostrani.

A cura di Michele Casella

www.ipool.it/dettaglio.asp?IdArticolo=91


MUSIC CLUB - MOONFISH
Ottobre 2009

L’okapi (elle apostrofo okapi) è un animale che scorrazza in Congo, una cosa che sembra un incrocio tra una zebra e giraffa e invece è un okapi, del quale il mondo si è accorto a cavallo (o a zebra?) tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Okapi invece (senza elle apostrofo) è un animale romano che risponde al nome di Filippo Paolini, del quale il mondo si è accorto nel 2005 grazie al suo album “Where’s the Beef?”. Okapi, come l’omonimo quadrupede, è in grado di leccarsi occhi e orecchie, ma oltre a questo è anche in grado di sfornare due vinili (di un certo spessore: 180 gr.) gemelli per l’etichetta dada-sovversiva Sonic Belligeranza, tirando in causa compositori del calibro di Aldo Kapi, che credevo essere stato completamente dimenticato dalla scena alternative fighetta, affollata di finti esperti di musica come me. Certo, se il sovietico Kapi avesse compiuto qualche gesto eclatante tipo sfasciare un amplificatore con una chitarra a Sanremo tutti si ricorderebbero di lui e nei negozi di musica troveremmo suoi busti a fianco di compositori più noti tipo Mozart, Balli, Beethoven... E invece mi tocca accontentarmi di qualche foto da appendere al muro. Ma per fortuna che esiste l’Okapi: il suo lavoro “Love Him” non mancherà infatti di rinfrescare l’interesse verso l’opera di Aldo Kapi, che dal Paolini è stato studiato a fondo in questa coppia di vinili, separati alla nascita per dedicarne uno all’opera del Kapi recente, con studi su lavori composti tra il 1927 e il 1952, e l’altro al Kapi più giovane e a cassa dritta, dal 1914 e il 1926. Il lavoro di Okapi è svolto con incredibile maestria e perizia, risultando in un cut-up eclettico che comunque preferirà posarsi su toni break-lounge piuttosto che sui tradizionali hard-ismi ai quali Sonic Belligeranza ci ha abituati. In genere non amo molto queste sonorità glitch/idm, ma la freschezza e l’ottima fattura di questo lavoro (ricordiamoci che non è tutta farina del sacco di Okapi bensì del maestro A.Kapi, quindi piano con i complimenti) mi rende l’ascolto piacevole nonché (addirittura!) ripetibile. Menzione speciale per i frammenti che più mi hanno leccato le orecchie, come “Strange Tales”, “Dislessic Soul” e “Death of Henry II” dal primo volume, e “Devi Mangiare!!”, “Massaggi” e “Finale” dal secondo. Se ne avete modo date un ascolto a questo monumentale lavoro di Okapi, non fosse altro che per dargli merito per il suo lavoro di ricerca nella riscoperta dell’ingustamente dimenticato Aldo Kapi. Acculturatevicisi.


BLOW UP


La figura di Aldo Kapi, compositore nato in Kyrgyzstan nel 1896 da padre iraniano e madre italiana attorno al quale si sviluppa tutta la storia di quest'album, è lo strumento ideale utilizzato da Okapi per collocare la propria musica in un luogo immaginario, generato dalla fantasia e da un irresistibile spirito ludico. La sua Aldo Kapi's orchestra non è altro che un esemble di ologrammi che di volta in volta assumono il volto di Les Baxter, Han Bennink, Biota, Alan Lomax, Temptations, Die Form, Ryoji Ikeda, Paul Lovens, Ikue Mori, Paola & Chiara, Jon Rose, Arnold Schomberg e mille altri artisti che appaiono e scompaiono secondo la volontà del direttore, in base alle diverse inflessioni che assume il flusso sonoro.
Si spazia dall'esotismo di "Ti chiamerò 10" alla sofferta spiritualità "black" di "Everything Must Change II", dal nonsense dada di "Death of Henry II" ai beats liquidi a metà fra Kubin e F.X.Randomiz della title-track, senza soluzione di continuità. Il materiale è così vario e ricco da sessere contenuto su due diversi albums che possono essere venduti separatamente e illustrano i due diversi periodi ("Early 1914-1926" e "Recent 1927-1952") del fantomatico musicista kirghiso a cui è dedicato questo lavoro, sebbene la musica contenuta al loro interno mantenga sempre un forte senso di omogeneità, contraddistinta da una chirurgica opera di montaggio sonoro in cui la lezione plunderphonica viene rielaborata secondo lo spiccato senso armonico e la notevole vena umoristica dell'autore. E a dicembre tutti a Bishkek per la prima mondiale di "Love Him"!

Massimiliano Busti

 

©KML Recordings 2009